Rocce contenenti amianto sono presenti in molte aree d’Europa, eppure i decisori politici dell’Unione europea non hanno ancora colmato una lacuna normativa nota da tempo. La legislazione europea vieta da anni l’estrazione dell’amianto in quanto tale e la commercializzazione di prodotti ai quali l’amianto è stato aggiunto intenzionalmente. Tuttavia, non proibisce l’estrazione di rocce che contengono naturalmente amianto, purché lo scopo principale sia ottenere pietrisco o aggregati e non le fibre stesse.

Il geologo Tamás Weiszburg dell’Università ELTE spiega: “Le persone faticano a comprendere che l’amianto non è una sostanza separata, ma una forma morfologica di determinate rocce. Lo stesso giacimento minerario può contenere parti con amianto e parti prive di amianto”. Durante le procedure di autorizzazione e di esercizio non esiste alcun obbligo generale di effettuare indagini geologiche che garantiscano l’individuazione dell’amianto.

Una volta estratto, il pietrisco viene trattato come una “sostanza” o una materia prima piuttosto che come un “prodotto”, e ricade quindi sotto regole differenti e meno rigorose. Le attuali normative europee non prevedono un divieto generale di commercializzazione delle rocce che contengono naturalmente amianto.

L’etichettatura è obbligatoria quando il contenuto di amianto supera lo 0,1% in peso, ma ciò non impedisce la commercializzazione del materiale. Le interpretazioni divergono notevolmente: alcune autorità e operatori del settore sostengono che le fibre naturali inglobate nella roccia siano diverse da quelle aggiunte artificialmente e meno pericolose; organizzazioni ambientaliste come Greenpeace ritengono invece che le norme sui cancerogeni debbano applicarsi oltre la soglia dello 0,1%, limitando di fatto la commercializzazione.

Questa lacuna normativa ha consentito alle cave di operare legalmente pur potendo rilasciare amianto nell’ambiente attraverso la frantumazione della roccia, il trasporto e l’utilizzo del materiale in strade o costruzioni.

Cosa è accaduto nel Burgenland e in Ungheria

Nel dicembre 2025, le autorità austriache del Burgenland hanno disposto la chiusura di quattro cave in via temporanea dopo che le indagini avevano rilevato una significativa presenza di amianto. Tra i fattori che hanno portato all’intervento vi sono stati i rilievi sulla qualità dell’aria e l’inasprimento da parte dell’Unione dei limiti di esposizione professionale alle fibre di amianto, ridotti da 100.000 a 10.000 fibre per metro cubo a partire da gennaio 2026.

Il pietrisco proveniente da queste cave era stato utilizzato nell’Ungheria occidentale, ad esempio nelle nuove aree residenziali di Szombathely, dove successive misurazioni hanno rilevato la presenza di amianto nelle strade e negli aggregati. Problemi analoghi sono stati individuati anche in altre zone dell’Austria. Per anni il materiale è stato venduto apertamente come sottofondo stradale, materiale di riempimento per costruzioni o persino come pietra decorativa.

I rischi per la salute dell’amianto naturale

L’amianto è costituito da fibre estremamente sottili e resistenti che, quando vengono disturbate – ad esempio dal traffico su strade sterrate o con pavimentazione leggera – possono disperdersi nell’aria sotto forma di polveri fini. Una volta inalate, queste fibre non si degradano e possono provocare infiammazioni croniche, fibrosi e tumori, in particolare il mesotelioma, quasi esclusivamente associato all’esposizione all’amianto, e il cancro ai polmoni, con periodi di latenza che possono durare decenni.

I lavoratori esposti ad ambienti polverosi corrono il rischio maggiore, ma l’utilizzo diffuso del materiale nelle strade pubbliche espone anche la popolazione generale. I geologi sottolineano che la roccia integra nel sottosuolo comporta rischi minimi, mentre la sua frantumazione meccanica e il traffico veicolare liberano fibre nell’aria e nel terreno.

Le posizioni degli attori coinvolti

Gli operatori delle cave sostengono che le misurazioni siano state errate o esagerate, insistono sul fatto che le fibre naturali inglobate nella roccia siano innocue – a differenza di quelle aggiunte artificialmente – e citano esperti favorevoli alle loro tesi, alcuni dei quali legati all’industria. Essi evidenziano inoltre di aver rispettato i precedenti limiti di esposizione professionale.

Le autorità austriache, comprese quelle del Burgenland, riconoscono l’ambiguità normativa ma ritengono che le regole esistenti avrebbero comunque potuto impedire il rilascio di amianto nell’ambiente. Sono in corso ulteriori test e una decisione definitiva è attesa entro la metà del 2026.

Esperti come Weiszburg richiamano invece una responsabilità etica: anche in assenza di un divieto esplicito, gli operatori avrebbero dovuto interrompere le attività una volta accertata la presenza di amianto. Lui e altri specialisti avvertono da anni i legislatori europei dell’esistenza di questa lacuna.

Greenpeace chiede che tutte le restrizioni previste per gli agenti cancerogeni siano applicate anche all’amianto naturale quando la concentrazione supera lo 0,1%.

Implicazioni più ampie e necessità di un intervento europeo

La geologia europea comprende numerose formazioni contenenti amianto. In assenza di una mappatura preventiva, di limitazioni all’attività estrattiva nelle zone ad alto rischio e di norme chiare sull’amianto naturale presente negli aggregati, scandali simili potrebbero ripetersi durante la costruzione di strade, lo scavo di gallerie o perfino nelle attività agricole.

Come osserva Weiszburg: “Bruxelles non è certo timida quando si tratta di regolamentare; è quindi incomprensibile che questa scappatoia normativa sia ancora aperta”.

L’episodio evidenzia la necessità di misure preventive valide in tutta l’Unione europea: controlli obbligatori sull’amianto nelle cave situate in aree a rischio, verifiche più rigorose sul pietrisco proveniente da giacimenti naturali e norme armonizzate che trattino i materiali naturali ad alto contenuto di amianto in modo analogo ai prodotti contenenti amianto.

Le operazioni di bonifica nei siti interessati in Ungheria e Austria sono ancora in corso, ma la debolezza normativa di fondo riguarda l’intera Unione. Colmare questa lacuna consentirebbe di proteggere la salute pubblica senza vietare indiscriminatamente l’attività estrattiva nelle regioni geologicamente più complesse.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

, , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *